La voce dell'Estate
Immaigine storica della publiphono

La storia della Publiphono di Rimini

Ando’ così, l’Ottava Armata aveva appena attraversato l’unico ponte superstite quello costruito da Tiberio bianco, sodo, immortale; Rimini era alta un metro e venti, e dalle fotoelettriche veniva una luce radente che l’imbiancava come un ossario; l’acqua ce la davano a sorsi i camion inglesi; gli sfollati continuavano a rientrare in città scavalcando montagne di macerie, non si capiva se sotto c’era o no la strada di casa, s’inciampava nei ricordi. Fu allora che Rimini decise di tornare a vivere la sua vita spezzata. La città era priva di notizie anche e soprattutto di se stessa.
Fù così che da un gruppo elettrogeno trovato all’aereoporto, un microfono che veniva da “Radio Tripoli”, due giradischi per miscelare le musiche, una decina di altoparlanti rinvenuti nel vecchio magazzino dei pompieri, piazzati nei punti più alti dei palazzi rimasti in piedi chissà come - e uniti da un cavo che partiva da una specie di studio radiofonico ricavato in un appartamento con qualche finestra ancora al suo posto nacque un novo genere di giornale.
Credo non sia mai esistito un quotidiano che raggiunge la gente attraverso le finestre: invece, all’ora stabilita, spalancate le imposte, la gente si metteva ad ascoltare il giornale.
Un servizio così regolare, in un luogo dove anche all’ospedale si mangiava ancora una zuppa verdina di piselli e una fetta di “Corned beaf ” sembrò una cosa degna di “Times Square”.
Lo richiamammo “Publiphono”, pensando che con quell’acca in mezzo l’iniziativa avrebbe guadagnato in autorevolezza. A volte, quando una notizia finiva in una corrente d’aria, poteva arrivare anche all’altro capo della città.
Il giro del vento era un capriccioso rivenditore del giornale: se spirava dall’Africa, le parole non facevano un metro in direzione della spiaggia e si spingevano invece in direzione della spiaggia; al contrario, se veniva dal canalone balcanico, era la marina a rimanere senza notizie, sospinte fino al primo ordine di colline per poi svanire lungo altri sbalzi. Un giornale con le parole come uccelli fu un una novità allegra. Eravamo difficilmente smentibili, dal momento che tutto volava via; ricordo che ci entusiasmava la nostra stessa faziosità, innocente e impunita.
E quando dalla lettura si passava all’ improvvisazione, ciò che del residuo rigore veniva meno andava ad aggiungersi al divertimento.
Del nostro piccolo, ma promettente universo ci premeva dare non le versioni più sfavorevoli e dubbie: ci sentivamo, anzi, propagatori di un grande ottimismo sociale, grazie al quale ognuno avrebbe trovato una risposta alla sua parte di desideri e speranze.

Tratto da “La mia Rimini 100 anni di sport” di Sergio Zavoli, Sergio Neri e Italo Cucci